Hai notato che ultimamente tutti raccontano tutto?
Il piatto del pranzo, il tramonto, la coda in autostrada. La giornata. Il mal di testa. Il caffè.
E sai cosa hanno in comune tutte queste cose? Vengono raccontate in 15 secondi. O al massimo 60.
Aspetta, però. Perché c’è qualcosa di strano qui 🤔
Attraverso le Stories dovremmo raccontare ciò che ci succede, o che viviamo. Ma, come ci hanno insegnato da piccoli, i racconti sono l’opposto della velocità.
Non a caso si usano ancora oggi prima della buonanotte. O no?
Ti immagini Cenerentola in 15 secondi? Addio magia, addio trasformazione, addio attesa.
Sarebbe solo una ragazza che mette su una scarpa 😮
Quindi cosa sta succedendo?
La velocità è diventata una regola silenziosa. Non te la impone nessuno esplicitamente, ma la senti.
Se non entra in una Stories, forse non vale la pena raccontarla.
Se non si capisce subito, forse è troppo complicata.
E così, pian piano, cominciamo a raccontare solo quello che sta dentro quel formato.
Solo quello che si vede bene in verticale, in un secondo, senza spiegazioni.
Il problema non è lo strumento in sé.
Il problema è quando lo strumento decide cosa puoi dire — e cosa no.
E dentro questa abitudine, qualcosa si perde. Non il racconto in sé, ma la sua forma naturale.
Quella parte in cui le storie non corrono per essere viste, ma restano abbastanza a lungo da potersi trasformare.
Perché alcune storie non finiscono quando vengono raccontate.
Iniziano proprio lì.
È per questo che su Ciclovivo preferiamo le storie alle stories
Quelle che sembrano banali ma non lo sono mai.
Quelle che parlano di persone, comunità, scelte di tutti i giorni.
Non hanno bisogno di essere virali.
Hanno bisogno di essere lentamente vere.