L’assorbente, e tutto quello che non viene detto

Per quasi dieci anni ha lavorato come modellista per Versace, Byblos, Cavalli.

Sa esattamente come si fa un capo. Conosce i tessuti dall’interno — letteralmente. Sa cosa c’è dentro quello che indossiamo.

Durante il lockdown, bloccata in casa con una figlia piccola, si è trovata davanti a un problema banale: gli assorbenti stavano finendo e uscire era complicato.

E a un certo punto si è fatta una domanda.

Perché non me li faccio da sola?

Non era una domanda ecologista. Non era una scelta politica. Era una domanda pratica — di qualcuno che ha una necessità, in una situazione poco comoda fuori dalla propria gestione, aiutata solo dal fatto di avere tanto tempo.

Quella domanda ha aperto un mondo.

Materiali non dichiarati. Sostanze chimiche nei prodotti a contatto con la pelle più sensibile del corpo. Nessuna legge che obblighi a scrivere gli ingredienti su una confezione di assorbenti.

Una storia che parte dal 1888 — quando i primi assorbenti commerciali si vendevano con una cassettina anonima perché le donne non potevano nemmeno comprarli apertamente, senza vergogna.

Ci chiediamo spesso dove sia l’evoluzione della società. Ecco una risposta: la scatola anonima non c’è più. Ma gli ingredienti dentro quella confezione — quelli non li leggi ancora oggi.

Oggi Shanti produce assorbenti lavabili artigianali. Li fa con gli stessi criteri con cui sceglieva i tessuti per l’alta moda — materiali certificati, strati pensati, niente di superfluo, niente inganni.

Non è una storia di rinuncia. È una storia di qualcuno che ha smesso di usare qualcosa senza sapere cosa fosse.

Io questa storia la trovo importante. Non per l’assorbente in sé — ma per la domanda che c’è sotto.

Quante cose usiamo ogni giorno senza sapere cosa sono, da dove vengono, perché le usiamo ancora?

Ci sto ancora pensando.

— Roberta

Questo spazio si chiama Ciclo Vivo. Parte dal corpo, passa dal cibo, arriva al territorio

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